Il vaso di Pandora

regia e drammaturgia Saverio Tavano
con Marco De Bella, Annibale Pavone, Margherita Smedile
produzione Nastro di Möbius
collaborazione con Teatro Popolare delle Arti – Firenze
Giallo Mare Minimal Teatro – Empoli
TESTO VINCITORE PREMIO MITI CONTEMPORANEI 2017


In un paese qualsiasi in una città qualsiasi una famiglia qualsiasi vive in una casa con vista mare. Un padre, una madre, un figlio, qualsiasi. Come voyeur siamo testimoni del vissuto personale di una famiglia che affronta il momento più importante della sua esistenza: si regolano i conti con il passato e la memoria, come in un vaso di Pandora libera i fantasmi che fino a quel momento erano rimasti nascosti.
Come accade nelle migliori famiglie c’è sempre un elemento oscuro che con ipocrita omertà rimane indiscusso. Ma arriva il giorno in cui “Pandora” apre il vaso ed i segreti non possono più essere celati.
Ma nella nostra storia cosa conserva Pandora dentro il suo vaso?
Un contenuto di cui ne è consapevole: le vicende di abuso di potere del capofamiglia, marito, padre e uomo delle forze dell’ordine. Cosa accade in un uomo il cui potere lo spinge oltre il proprio limite fno a farne un’abuso? Abbiamo analizzato le dinamiche psicologiche che pongono l’uomo nella condizione di elemento “sacrifcante” nella posizione quindi autoindotta di “agnello sacrifcale” e la posizione del suo torturatore, di aguzzino. Esiste una relazione tra i due elementi che fonda le proprie origini nell’antichità, dalla ritualità umana.
Secondo vari teorici, tra cui il professore Jerome Skolnick, questo comportamento si radicalizza negli anni di attività e carriera, ove, avendo a che fare con elementi disagiati e deviati, forzatura della legge, casi di violenza e omicidio molto sensibili, la mente degli addetti all’ordine subisce una regressione assumendo posizioni di carattere autoritario e repressivo giustifcate come unico mezzo di mantenimento della legge.
Siamo partiti da questi casi nel tentativo di analizzare le dinamiche psicologiche che pongono l’uomo nella condizione di elemento “sacrifcante” nella posizione autoindotta di agnello sacrifcale e il suo torturatore nella posizione immediata di aguzzino. Esiste una relazione tra i due elementi che fonda le proprie origini nell’antichità, dalla ritualità umana.
Perché la violenza rituale – o la rievocazione rituale della violenza – ristora, guarisce, purifca, fa capire il senso profondo delle cose e addirittura mette in contatto con Dio? Dai riti cruenti della più remota antichità alle sacre rappresentazioni, dalla tragedia greca al moderno sport, dall’ascetismo
alla psicoanalisi, l’uomo ha sempre intuito e ricercato il potenziale trasformativo-terapeutico insito nell’accostamento rituale di vita e morte, innocenza e brutalità, onnipotenza e impotenza, non senza stravolgerlo, spesso, in forme strumentali e perverse.


Prenotazioni: biglietteria@giallomare.it

Novembre 24 @ 21:00
21:00

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